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Berlusconi fischiato al consiglio comunale de L’Aquila. Ascolta l’audio

I richiami del presidente del Consiglio comunale non sortiscono alcun effetto. Quando al microfono la vice presidente del Consiglio comunale, Antonella Santilli, comincia a leggere la lettera di Silvio Berlusconi partono i fischi, gli insulti. Le urla di rabbia superano in volume la voce che esce dalle casse sotto il tendone in piazza Duomo.
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Le fiaccole di Onna per i suoi caduti

I rintocchi della campana scandivano a uno a uno 40 nomi. Poi l’accensione di un cero, tenuto in mano dai famigliari di ogni vittima. Quasi una preghiera, cadenzata e infinita come la processione che poco dopo è partita per le vie del borgo devastato. Tra le macerie 14 tappe, una via crucis, ripetuta dopo quella del venerdì santo. Questa volta per ricordare chi è rimasto sepolto tra quelle travi spezzate e quelle pareti ridotte a poco più che polvere.
Onna ha ricordato così i suoi morti, un anno dopo: il 6 aprile alle 3 e 32. Fabio, 21 anni che faceva l’agricoltore assieme allo zio Gianni, e che sognava di entrare nella Forestale. Dora, detta la postina, una vita all’ufficio della piccola frazione. Berardino, detto il sindaco di Onna, per il suo impegno instancabile speso alla Pro loco. E poi Maria Paola e Domenico, Elisa, Stefania…. Continua a leggere

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Villa Sant’Angelo è pronta a ripartire. Qualcuno se n’è accorto?

Durante il G8, a luglio 2009, il sindaco di Villa Sant’Angelo aveva già pronto il piano per la “new town”. Un mese dopo gli operai avevano già posato le prime piattaforme dove sarebbero nate le case per gli sfollati di questo paesino, che ha pagato al sisma un prezzo altissimo: 17 morti e un centro storico da rifare.

Oggi, un anno dopo, le casette ci sono. E ci sono gia da un pezzo: “Il 24 ottobre abbiamo consegnato il primo lotto – dice il sindaco Pierluigi Biondi dal giardino della sua casetta in legno – il 5 dicembre eravamo tutti sistemati. Tutti e 230″. E gli altri? Sono tornati nella loro casa, classificata A o B, dove i lavori di ristrutturazione stanno per terminare. Dove possibile, sono stati ricreati gli stessi vicinati del vecchio paese. Insomma, a 20 chilometri da L’Aquila le promesse (“Tutti a casa prima di dicembre”) sono state rispettate in pieno. Per poco, poi, non veniva rispettata anche la prima promessa (“a settembre tutti fuori dalle tende”), poi rivelatasi troppo ottimistica e ritirata in fretta e furia dal Governo. Anche grazie a un po’ di flessibilità: “Per accelerare i tempi abbiamo anticipato i 14000 euro che avrebbe dovuto farci avere la Protezione Civile. Ora li stiamo riscuotendo pian piano”, spiega Biondi.

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Castelnuovo, tutti nelle casette. Un anno dopo

Castelnuovo è una delle frazioni più devastate dal sisma di un anno fa. Qui morirono cinque persone. Quasi tutto il patrimonio edilizio è distrutto o seriamente danneggiato. Le case classificate con lettera “E” la grande maggioranza. I castelnovesi sono entrati nelle casette di legno appena una settimana fa, molti stanno entrando nei moduli abitativi proprio oggi, in concomitanza con le celebrazioni dell’anniversario del 6 aprile 2009.

Un ritardo che l’ex sindaco Gianni Costantini motiva così: “Abbiamo avuto difficoltà tecniche enormi, basti pensare che per far posto alle casette abbiamo dovuto sbancare un’intera collina”. Alcuni cittadini storcono il naso e pensano che qualcosa in più potesse essere fatto. Anticipare il denaro necessario, ad esempio, invece di restare fermi in attesa dei finanziamenti. “Gli altri comuni del cratere non navigano nell’oro, eppure hanno agito in maniera più rapida di noi. Perché?”. Continua a leggere

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L’Aquila ricorda i suoi martiri

In silenzio li hanno ricordati tutti quanti, a uno a uno i loro nomi, 308, scanditi al microfono in una Piazza Duomo piena, fredda e umida, pungente come solo la notte abruzzese riesce a essere. Gli aquilani con la fiaccola in una mano e l’altra serrata in un pugno, oppure con le dita intrecciate ad amici, famigliari, stretti attorno al ricordo, ieri sera, dopo un anno dalla tragedia che ha cambiato le vite di tutti. Di quelli che a L’Aquila ci vivevano, perché ci erano nati.
Di quelli che erano qui per studiare, che hanno visto i loro compagni di università sparire sotto le macerie di un appartamento o di una stanza presa in affitto. C’erano i comitati. Quelli dei parenti delle vittime della casa dello studente, tenevano in alto i cartelli con le foto dei figli e dei fratelli, i sorrisi sereni sopra la folla, in basso il volto e lo sguardo persi nel vuoto di chi ancora non conosce il perché, ha chiesto e non ha avuto risposta. C’erano i comitati, quelli che si sono organizzati per dire che si poteva fare di più, in questo anno, che si poteva fare meglio. E c’erano i cittadini, senza etichetta e senza uno slogan. Uno solo, forse, “L’Aquila bella mé”,  il verso di una canzone popolare che davvero sembra poter unire tutti quanti, almeno per una notte. Continua a leggere

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Tra le macerie il consiglio della memoria finisce in “caciara”

Una “caciara”, come si direbbe in romanesco. Si potrebbe ridurre a questo il consiglio comunale di piazza Duomo di ieri sera. Un tendone che non bastava a contenere le centinaia di persone, forse migliaia, riunite davanti alla chiesa delle Anime sante per aspettare le 3 e 32, che volevano assistere ai lavori di giunta e consiglieri. Ma il dibattito è cominciato prima. Con il coro del pubblico che chiedeva di tenere il consiglio fuori dalla tensostruttura, poi aperta nelle paratie laterali dai Vigili del fuoco per questioni di sicurezza. Con le proteste di alcuni cittadini, indignati per i posti preassegnati, con i cartelli appesi al collo di alcuni manifestanti oppure tenuti alti sopra la testa, che chiedevano ragione delle scelte di questi mesi, della gente che ancora vive in hotel o in affitto e non vede prospettive per riavere la propria casa.

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Il nostro debito verso il popolo aquilano

Noi ce la ricordiamo bene. Come mezzo centro Italia, quella mattina del 6 aprile 2009, alle 3 e 32. Facile ipotizzare dove si può essere un lunedì mattina a quell’ora. A letto. A dormire. Ma come per il resto del Centro Italia il momento l’abbiamo impresso a fuoco nella memoria.

Il Carattere il 6 aprile 2009 è partito da Roma sulla A24 verso L’Aquila, per quello che ognuno che faccia il nostro mestiere, sente l’impulso, il dovere, la missione di fare. Raccontare. Così come Giustino Parisse, cinque giorni dopo il sisma, ha ricominciato a battere sui tasti della propria esistenza per raccontare quella dei suoi compagni nella sfortuna e nel dolore, vite spezzate e martoriate come la sua. Raccontare, per un giornalista, è fondamentale.
In questi mesi, con i nostri mezzi e con la nostra buona volontà, abbiamo cercato di spiegare un pezzo di questo film che va avanti.

Dobbiamo molto al popolo aquilano.

Perché il nostro mestiere è la somma di un talento, un impegno e di una risposta. Il talento dell’impulso: di descrivere, capire, riferire. L’impegno di farlo al meglio e, soprattutto, con onestà. E la risposta che si dà di fronte a chi non ti chiede denaro o favori ma solo di fare bene il tuo lavoro per far capire a tutti cosa sta succedendo. Non per cambiare il mondo, non per forza, ma almeno per illuminarne un pezzo e rendere gli eventuali errori una lezione per il futuro.

Dobbiamo molto al popolo aquilano perché, coscienti del valore che questa professione rappresenta, abbiamo trovato in mezzo a loro il senso vero del nostro agire, del perché eravamo lì e di che cosa ci si aspettava da noi.
Insieme, in queste pagine o in altre sedi, abbiamo fatto la cronaca di un’emergenza, poche ore dopo il sisma. Abbiamo cercato le storie di tutti, centinaia di morti: 308. Abbiamo raccontato quelle di decine di migliaia di “vivi”, spesso rimasti soli in mezzo a una moltitudine, a fissare ciò che è rimasto dopo la devastazione fisica delle proprie case, del proprio lavoro. A fissare il caos, la disgregazione di un ordine, la fine di un’esistenza.

Abbiamo usato la nostra voce per darla a chi, alle 3 e 32 del 6 aprile, ha cercato di usarla in mezzo al frastuono delle assi che si spezzano, dei pavimenti che ti abbandonano al vuoto, dei muri che si disfano come burro, di un tetto che diventa il tuo assassino. A chi aveva gridato prima e non è stato ascoltato. A chi ha continuato a farlo dopo, con ostinazione.

Sappiamo che chi, quella mattina del 6 aprile, ha riso, al sicuro, non rappresenta che un meschino dettaglio di una realtà ben più articolata e, nel complesso, migliore. Ma sappiamo anche che quel dettaglio non è il solo e tanti altri hanno riso nel proprio letto. Sotto le loro coperte lavate e lenzuola non sporcate dalla polvere e dal cemento. Pensando all’affare mentre altri letti venivano violentati, mentre altre voci, urla di dolore venivano soffocate.
Vogliamo, con queste poche righe, offrire la nostra sincera solidarietà alla gente d’Abruzzo che, dopo dieci mesi e tanti altri a venire di inferno e precarietà, si sentono ancora una volta seppelliti dalle macerie di un degrado morale del quale, nonostante tutto, molti stentano ancora a stupirsi.

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