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Castelnuovo, tutti nelle casette. Un anno dopo

Castelnuovo è una delle frazioni più devastate dal sisma di un anno fa. Qui morirono cinque persone. Quasi tutto il patrimonio edilizio è distrutto o seriamente danneggiato. Le case classificate con lettera “E” la grande maggioranza. I castelnovesi sono entrati nelle casette di legno appena una settimana fa, molti stanno entrando nei moduli abitativi proprio oggi, in concomitanza con le celebrazioni dell’anniversario del 6 aprile 2009.

Un ritardo che l’ex sindaco Gianni Costantini motiva così: “Abbiamo avuto difficoltà tecniche enormi, basti pensare che per far posto alle casette abbiamo dovuto sbancare un’intera collina”. Alcuni cittadini storcono il naso e pensano che qualcosa in più potesse essere fatto. Anticipare il denaro necessario, ad esempio, invece di restare fermi in attesa dei finanziamenti. “Gli altri comuni del cratere non navigano nell’oro, eppure hanno agito in maniera più rapida di noi. Perché?”. Continua a leggere

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Com’è il Messico visto dal finestrino di un taxi?

Com’è il Messico visto dal finestrino di un taxi? Bizzarro, popolare, a tratti sensuale. Squattrinato, ma mai disperato.

Oscar Fernando Gomez scatta fotografie dal suo taxi. Lui che non voleva fare né il tassista né il fotografo. Gli è capitato. Mentre ci racconta la sua storia, viene da chiedersi se non sia lui stesso un ritratto perfetto da catturare con l’obiettivo della sua macchina fotografica. “Dopo essermene andato di casa por cuestiones de vida (non ci spiega di più ndr), ho vissuto per qualche settimana in strada, mangiando gli avanzi che trovavo nei bidoni dell’immondizia. Poi mi sono trasferito a Monterrey da una zia, e le cose hanno iniziato a cambiare”.


Tutto è cominciato con il matrimonio di un vicino di casa: “Mi hanno chiesto di fargli le foto durante la celebrazione. Mi sono divertito e le foto non erano neanche tanto male, così ho continuato”. In giro per Monterrey. Senza macchina, fino a quando Oscar Fernando non decide di affittare un taxi. Per spostarsi da un matrimonio all’altro e tirar su un po’ di pesosscarrozzando gente in giro per la città.

Le cose si mettono bene. Oscar Fernando conosce una donna e insieme decidono di avere un figlio. È in questo momento che si forma un’altra coppia, ben più strana: taxi-fotografia: “Ho pensato che quando mio figlio sarebbe cresciuto avrebbe voluto vedere cosa faceva il papà per mantenerlo. La mia vita è tutta dentro quell’automobile”.

Le immagini scattate durante le corse in taxi hanno fatto il giro del mondo (con una certa sorpresa da parte dello stesso Oscar), fino ad arrivare in Spagna, dove sono state esposte alla mostra Fotoencuentros di Murcia. Secondo alcuni critici, dietro questi scatti c’è un talento straordinario. Il diretto interessato vola più basso: “Faccio tanti errori che un professionista non farebbe, mi capita di ripetere più volte lo stesso scatto perché magari ho sbagliato qualcosa. Quello che piace di più è che dietro ogni scatto c’è una storia. Che è anche la storia della mia vita”.

Nelle foto di Oscar Fernando Gomez non c’è alcun giudizio del Messico, nessuna volontà di veicolare un messaggio agli spettatori stranieri. Solo l’istinto di raccontare. In fondo “ogni paese ha gli stessi problemi, cambiano solo le facce, i vestiti e i nomi della gente”.

Gli chiediamo che sensazioni potrebbe provare un italiano di fronte alle sue fotografie. Ci risponde così: “Può darsi che chi vive in un paese ricco possa sorridere guardando tutte le stranezze che ho fotografato, però spero anche di stimolare una riflessione. Ognuno, guardando la povertà, il degrado ma anche le scene divertenti cui assisto dal mio taxi pensa: ‘Chissà se dalle mie parti c’è qualcosa di simile, o qualcosa di peggio?’”.

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Ormando, il gay suicida in Vaticano

Il 13 gennaio del 1998 Alfredo Ormando, poeta omosessuale, si diede fuoco a piazza San Pietro. Morì dieci giorni più tardi, all’ospedale Sant’Eugenio, per le ustioni. Ormando protestava contro la Chiesa cattolica che “demonizza l’omosessualità”, come scrisse lui stesso. Da quel giorno, ogni 13 gennaio la comunità gay di Roma si ritrova di fronte alla basilica-simbolo della cristianità per gettare dei fiori verso il luogo dove avvenne il suicidio.

E’ accaduto anche stavolta. Rigorosamente all’esterno della piazza, i gay di Roma guardati a vista da Carabinieri e agenti del Vaticano. Un sit in breve, per alcuni anche troppo. Questa è la lettera che Alfredo Ormando scrisse pochi giorni prima di intraprendere l’ultimo viaggio della sua vita, quello verso Roma.

“Caro Adriano, quest’anno non sento più il Natale, mi è indifferente come tutte le cose; non c’è nulla che riesca a richiamarmi alla vita.

I miei preparativi per il suicidio procedono inesorabilmente; sento che questo è il mio destino, l’ho sempre saputo e mai accettato, ma questo destino tragico è là ad aspettarmi con una certosina pazienza che ha dell’incredibile.

Non sono riuscito a sottrarmi a quest’idea di morte, sento che non posso evitarlo, tantomeno far finta di vivere e progettare un futuro che non avrò; il mio futuro non sarà altro che la prosecuzione del presente.

Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo.

Spero che capiranno il messaggio che voglio dare; è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia”.

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Villa Sant’Angelo: “A settembre leviamo le tende”

Lo si potrebbe definire un’oasi felice, se non fosse un campo sfollati. A Villa Sant’Angelo l’organizzazione della tendopoli è perfetta, grazie alla professionalità della protezione civile, vigili del fuoco e carabinieri volontari dell’Emilia Romagna, e soprattutto della collaborazione e buona volontà degli abitanti.

Intanto è pronto e avviato il progetto per il nuovo quartiere, fatto di casette di legno, nel quale prenderanno posto i cittadini nell’attesa, e nella speranza, di tornare presto nella “vecchia” Villa Sant’Angelo ricostruita, dove oltre il 95 per cento delle case risulta ora distrutta o inagibile.

Saranno 96 le nuove abitazioni, nelle quali alloggeranno circa 250 abitanti, donate dalla provincia autonoma di Trento. Non sarà però solo un dormitorio, visto che nel nuovo quartiere troveranno posto anche i servizi essenziali come strutture commerciali, ricettive, una nuova sede per il comune, un poliambulatorio e un dipartimento di ricerca dell’Università.

La promessa è quella di “levare le tende” e portare gli abitanti nei nuovi alloggi prima della fine di settemb

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In Perù si muore per l’Amazzonia

Militari contro un nativo dell'Amazzonia

Militari contro un nativo dell'Amazzonia

[Aggiornamento di lunedì 22 giugno] Sul suo sito internet, Survival ha pubblicato il fotoracconto dei due volontari belgi che hanno assistito alle violenze di Bagua. Potete leggerlo in inglese e in spagnolo

[Aggiornamento di domenica 14 giugno] Per approfondire la questione peruviana, segnaliamo un articolo molto interessante pubblicato da El Paìs a firma di Jaime Cordero

In Italia solo pochi media ne hanno parlato, ma in Perù è in corso uno scontro violento tra il Governo e i nativi dell’Amazzonia, in particolare nell’area di Bagua. Secondo le cifre ufficiali, tra polizia e indigeni sono morte 33 persone. Un’altra cifra, però, parla di 52 morti: 22 poliziotti e 30 manifestanti.

La scintilla è scoppiata ai primi di giugno dopo mesi di barricate. I nativi protestano per alcuni decreti legge presentati dall”esecutivo che consentirebbero allo Stato di vendere grandi appezzamenti di terra a società straniere per lo sfruttamento delle ricchissime risorse naturali. Gli indigeni, che vivono in Amazzonia da secoli,  beneficiano di una concessione che gli permette di abitare e di guadagnarsi da vivere nell’area della grande foresta.

Guarda il nostro video: la manifestazione di Roma

Armati soprattutto di lance, i nativi hanno resistito all’offensiva della polizia, decisa a interrompere un blocco che stava strozzando l’economia del paese. Le due fazioni si scaricano le responsabilità del pesantissimo bilancio: il governo denuncia la violenza degli indigeni (e avanza il sospetto che vi siano infiltrazioni di narcotrafficanti), gli indigeni parlano di aggressioni gratuite e sanguinarie. L’11 giugno, il governo ha deciso di sospendere a tempo indeterminato i due decreti legge più controversi. La speranza è che si possa tornare a dialogare.

Qual è la verità? Difficile stabilirlo con certezza. Ma qualche indizio comincia a circolare: pubblichiamo le foto scattate da due volontari della Ong belga Catapa. I due, Marijke Deleu e Thomas Quirynen, si trovavano a Bagua proprio nelle ore dello scontro più violento. Le immagini hanno un valore giornalistico enorme, e testimoniano come alcuni militari si siano, mettiamola così, lasciati prendere un po’ la mano.

In diverse città europee sono state organizzate manifestazioni di protesta contro il governo di Alan Garcìa. Abbiamo seguito il sit-in sotto l’ambasciata peruviana a Roma, organizzato da A Sud, a cui hanno partecipato diversi peruviani e – per solidarietà – anche qualche ecuadoregno. Secondo i peruviani con cui abbiamo parlato, la democrazia peruviana sarebbe un fantoccio. “Sugli scontri in Amazzonia ci informiamo attraverso amici, oppure leggendo reportage di organizzazioni indipendenti – ci ha detto una donna emigrata da vent’anni – i quotidiani peruviani raccontano una sola verità: quella del governo”.

In realtà, il giornalista peruviano che abbiamo incontrato, è stato molto franco: “Quello che sta succedendo in Perù è già successo in altri paesi dell’america latina negli anni precedenti – dice Roberto Montoya, corrispondente di Republica e collaboratore Rai – Nel 2009 però, dopo l’elezione di Obama, a maggior ragione la linea neoliberista di Alan Garcìa è superata dalla storia”. Secondo Montoya c’è una terribile contraddizione nel sistema attuale: “Se si vendono le terre dei contadini alle multinazionali e le si inquinano fino a renderle invivibili, si creano le condizioni perché la gente emigri in massa. Ma anziché accogliere i poveri che l’occidente stesso ha generato, ecco che li respinge”.

Mentre Montoya ci diceva questo, a qualche chilometro di distanza il dittatore libico Gheddafi parlava all’università della Sapienza di Roma.

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