Le fiaccole di Onna per i suoi caduti

I rintocchi della campana scandivano a uno a uno 40 nomi. Poi l’accensione di un cero, tenuto in mano dai famigliari di ogni vittima. Quasi una preghiera, cadenzata e infinita come la processione che poco dopo è partita per le vie del borgo devastato. Tra le macerie 14 tappe, una via crucis, ripetuta dopo quella del venerdì santo. Questa volta per ricordare chi è rimasto sepolto tra quelle travi spezzate e quelle pareti ridotte a poco più che polvere.
Onna ha ricordato così i suoi morti, un anno dopo: il 6 aprile alle 3 e 32. Fabio, 21 anni che faceva l’agricoltore assieme allo zio Gianni, e che sognava di entrare nella Forestale. Dora, detta la postina, una vita all’ufficio della piccola frazione. Berardino, detto il sindaco di Onna, per il suo impegno instancabile speso alla Pro loco. E poi Maria Paola e Domenico, Elisa, Stefania….
Mentre i membri della congrega di Onna facevano risuonare la campana, a lutto, la luna illuminava la piana dell’Aterno. Come quella notte, unica fonte di luce a filtrare al dissolversi della polvere di calce e pietra, prima dell’arrivo dell’alba e della visione del Gran Sasso all’orizzonte.
Una lunga, interminabile processione davanti a ogni casa, o dove c’era, prima, una casa, che avesse una storia, una vita da ricordare, interrotte nella notte di un anno fa. Il silenzio spezzato solamente dalla litania trasmessa dal megafono, e dalla risposta dei fedeli. La luce delle fiaccole accese creavano ombre distinte e surreali in una notte quasi ghiacciata, senza vento e un cielo sgombro dalle nuvole.
Dopo la commemorazione, il ricordo e la commozione, la posa della prima pietra per ricominciare. È avvenuta alle 4 e mezza, nel luogo dove prima sorgeva la scuola elementare, anch’essa straziata dalla furia della terra. Era la prima immagine della distruzione, appena passata la ferrovia per entrare nel borgo. Ora è stata abbattuta e le macerie sgomberate. Sorgerà qui Casa Onna, centro polifunzionale e di aggregazione. Gli onnesi lo considerano il primo vero passo per arrivare di nuovo a prendere possesso della loro casa e della loro vita. È stato l’ambasciatore tedesco a posarla, quella prima pietra. Ha voluto essere presente, come in tutti questi mesi nei quali non ha mai fatto mancare appoggio e assistenza, in qualche modo per saldare un debito, quello della Germania, che 66 anni fa portò la morte qui, quando i militari della Wermacht uccisero per rappresaglia 17 persone. Così un anello si chiude intorno a due tragedie, che grazie a una memoria condivisa potranno essere lo strumento per ricostruire.
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