Archivi del mese: febbraio 2010

Il nostro debito verso il popolo aquilano

Noi ce la ricordiamo bene. Come mezzo centro Italia, quella mattina del 6 aprile 2009, alle 3 e 32. Facile ipotizzare dove si può essere un lunedì mattina a quell’ora. A letto. A dormire. Ma come per il resto del Centro Italia il momento l’abbiamo impresso a fuoco nella memoria.

Il Carattere il 6 aprile 2009 è partito da Roma sulla A24 verso L’Aquila, per quello che ognuno che faccia il nostro mestiere, sente l’impulso, il dovere, la missione di fare. Raccontare. Così come Giustino Parisse, cinque giorni dopo il sisma, ha ricominciato a battere sui tasti della propria esistenza per raccontare quella dei suoi compagni nella sfortuna e nel dolore, vite spezzate e martoriate come la sua. Raccontare, per un giornalista, è fondamentale.
In questi mesi, con i nostri mezzi e con la nostra buona volontà, abbiamo cercato di spiegare un pezzo di questo film che va avanti.

Dobbiamo molto al popolo aquilano.

Perché il nostro mestiere è la somma di un talento, un impegno e di una risposta. Il talento dell’impulso: di descrivere, capire, riferire. L’impegno di farlo al meglio e, soprattutto, con onestà. E la risposta che si dà di fronte a chi non ti chiede denaro o favori ma solo di fare bene il tuo lavoro per far capire a tutti cosa sta succedendo. Non per cambiare il mondo, non per forza, ma almeno per illuminarne un pezzo e rendere gli eventuali errori una lezione per il futuro.

Dobbiamo molto al popolo aquilano perché, coscienti del valore che questa professione rappresenta, abbiamo trovato in mezzo a loro il senso vero del nostro agire, del perché eravamo lì e di che cosa ci si aspettava da noi.
Insieme, in queste pagine o in altre sedi, abbiamo fatto la cronaca di un’emergenza, poche ore dopo il sisma. Abbiamo cercato le storie di tutti, centinaia di morti: 308. Abbiamo raccontato quelle di decine di migliaia di “vivi”, spesso rimasti soli in mezzo a una moltitudine, a fissare ciò che è rimasto dopo la devastazione fisica delle proprie case, del proprio lavoro. A fissare il caos, la disgregazione di un ordine, la fine di un’esistenza.

Abbiamo usato la nostra voce per darla a chi, alle 3 e 32 del 6 aprile, ha cercato di usarla in mezzo al frastuono delle assi che si spezzano, dei pavimenti che ti abbandonano al vuoto, dei muri che si disfano come burro, di un tetto che diventa il tuo assassino. A chi aveva gridato prima e non è stato ascoltato. A chi ha continuato a farlo dopo, con ostinazione.

Sappiamo che chi, quella mattina del 6 aprile, ha riso, al sicuro, non rappresenta che un meschino dettaglio di una realtà ben più articolata e, nel complesso, migliore. Ma sappiamo anche che quel dettaglio non è il solo e tanti altri hanno riso nel proprio letto. Sotto le loro coperte lavate e lenzuola non sporcate dalla polvere e dal cemento. Pensando all’affare mentre altri letti venivano violentati, mentre altre voci, urla di dolore venivano soffocate.
Vogliamo, con queste poche righe, offrire la nostra sincera solidarietà alla gente d’Abruzzo che, dopo dieci mesi e tanti altri a venire di inferno e precarietà, si sentono ancora una volta seppelliti dalle macerie di un degrado morale del quale, nonostante tutto, molti stentano ancora a stupirsi.
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Gli ultimi giorni del Casilino 900

Lo scorso 31 gennaio abbiamo pubblicato sul nuovo sito de “Il Carattere” l’inchiesta sul Casilino 900, il più grande campo rom che esiste in Italia. In questi giorni stanno procedendo con lo sgombero dell’insediamento. Noi ve lo abbiamo raccontato con video, gallerie fotografiche e mappe interattive. Ecco che cos’è il Casilino 900.

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