Il G8 della crisi

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Dopo tre giorni di iniziative romane della rete No G8 non si può non aprire una parentesi sullo stato di salute del movimento. Quello che la crisi la vive e non la vuole pagare al posto dei potenti, quello che rivendica diritti e denuncia disparità sociali, repressione, leggi razziste.

Ma che spesso non riesce a portare in piazza una piattaforma, che sia una e condivisa da tutti. Che invoca la libertà di informazione e poi contesta la stampa, che crede di poterne fare a meno, tanto c’è la rete.
Forse. Peccato che poi non si esca dai soliti circuiti e si finisca solo per denunciare una repressione anche autentica, che c’è stata, intendiamoci, e in forme spropositate nei numeri e nell’arroganza.

E’ vero che martedì si è cercato di alzare il livello della tensione fino a sfiorare lo scontro, con gli inseguimenti per le vie di Testaccio e la blindatura degli studenti dell’onda, in piazzale Aldo Moro, la gabbia fra piazza Barberini e via Veneto, le oltre 30 camionette a termini per un tentativo di occupazione di un solo binario della stazione.

Una prova di forza manifesta quanto inutile, che nei due giorni successivi è stata ridimensionata, con discrezione, perchè tanto la lezione l’aveva già data all’inizio, con quei 36 fermi, di cui 8 tramutati in arresti (rilasciati giusto oggi, alla fine di tutto, non a caso).

La domanda è: di cosa si voleva parlare in questi giorni, prima che la repressione si abbattesse sul movimento? Quale messaggio, se c’era un messaggio, si voleva far arrivare ai “grandi” riuniti sulle macerie di un terremoto?

Qualcuno dice che il movimento è semplicemente morto, che non riesce a convogliare entusiasmo e strumenti in un progetto o in una contestazione che si faccia ricordare.

Abbiamo visto gli studenti, quelli dell’onda, che nell’autunno scorso avevano fatto sperare in un salto in avanti con le contestazioni democratiche, restare in pochi, a fianco dei centri sociali, pochi, anche loro: qualcuno della vecchia guardia che parla al passato, e che ha cominciato a tarare numeri e dichiarare successi sulla base della situazione di oggi.

Fossimo in duemila in partenza da Roma, si diceva dal presidio davanti al Cie di Ponte Galeria di giovedì, sarebbe già un’ottima riuscita.

Non abbiamo visto una rete che uscisse dal Raccordo Anulare, salvo poche eccezioni, che fosse davvero in contatto con i movimenti italiani ed europei, che avesse in mente di far parlare di sè e che avesse voglia di parlare, e non solo per volantini.

Che la mappa della crisi volesse ridisegnarla, non solo percorrerla.

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