Da Elvis a Jacko, perché i re non possono morire

Si legge già ora e si leggerà in futuro, che Jackson in realtà non è morto, qualcuno l’ha visto a Los Angeles, altri lo collocano in Bolivia. Il tormento rimbalza su twitter e su Facebook. Magari sta allegramente bivaccando con i compagni di destino, Jim, John, e, su tutti, the King.
Il successo, l’apoteosi, la caduta e un trono che rimane senza il suo re. Non c’è mai stato nessuno come loro, dopo di loro i revival, i tributi e un senso di decadenza: quello che succede dopo la morte di un mito. Michael Jackson come Elvis Presley, due personaggi così lontani nella generazione, nel genere e nella biografia, ma in qualche modo così legati (Jackson aveva sposato la figlia di Presley) così simili le loro storie fatte di genio e rivoluzione, eccessi, lusso, stravaganze e rovina. Una rovina che non è mai completa, non per tutti. Per molti sono ancora vivi, in mezzo a noi, dopo una pregevole messinscena dell’ultimo viaggio.
Uno era il re del rock’n roll, quello che, per dirla con le parole di Springsteen, “ha liberato il nostro corpo”, il movimento pelvico così irriverente e sfrontato di fronte all’America degli anni ’50 e ’60. E ci sono volute le movenze del re del pop per stupire di nuovo con la stessa veemenza. Tutti a bocca aperta di fronte al passo lunare, il moonwalking che vanta innumerevoli tentativi di imitazione.
Due personaggi che sono diventate icone glamour, una moda e una tendenza. Uniti dalla sregolatezza dei costumi, dell’ansia della propria immagine e dalla megalomania, lapide sulla quale entrambi sono caduti senza sapersi più rialzare. Il disfacimento del corpo li ha colpiti prima del tempo, uno bolso e impacciato anche nelle sue ultime esibizioni dal vivo, la pallida ombra di un re con lo scettro in mano, la sua Gibson enorme, i lustrini e i capelli come vent’anni prima. Fermo davanti a un microfono senza che nulla, che non fosse la sua voce, vibrasse più come all’apice della carriera.
L’altro con il volto decomposto, ai processi e alle conferenze stampa che sono state i suoi ultimi live, l’ultimo palco lo attendeva a Londra quest’estate. Stupire con la propria vita quando non si riesce più a stupire con la propria arte. Estremo tentativo di fuga da un esilio senza scampo.
La fine in circostanze insolite è quello che accomuna la storia di tante leggende, da Jim Morrison a Bob Marley, da Hendryx a Cobain. Morti in circostanze che per tanti diventano mistero. Loro non possono morire perché il lutto è globale e non viene accettato. Il mondo si riempie di sosia, fermi alle parvenze felici dei primi anni della carriera. E loro risorgono.

Michael Jackson ed Elvis PresleySi legge già ora e si leggerà in futuro, che Jackson in realtà non è morto, qualcuno l’ha visto a Los Angeles, altri lo collocano in Bolivia. Il tormento rimbalza su Twitter e su Facebook. Magari sta allegramente bivaccando con i compagni di destino, Jim, John, e, su tutti, the King.

Il successo, l’apoteosi, la caduta e un trono che rimane senza il suo re. Non c’è mai stato nessuno come loro, dopo di loro i revival, i tributi e un senso di decadenza: quello che succede dopo la morte di un mito. Michael Jackson come Elvis Presley, due personaggi così lontani nella generazione, nel genere e nella biografia, ma in qualche modo così legati (Jackson aveva sposato la figlia di Presley) così simili le loro storie fatte di genio e rivoluzione, eccessi, lusso, stravaganze e rovina. Una rovina che non è mai completa, non per tutti. Per molti sono ancora vivi, in mezzo a noi, dopo una pregevole messinscena dell’ultimo viaggio.

Uno era il re del rock’n roll, quello che, per dirla con le parole di Springsteen, “ha liberato il nostro corpo”, il movimento pelvico così irriverente e sfrontato di fronte all’America degli anni ’50 e ’60. E ci sono volute le movenze del re del pop per stupire di nuovo con la stessa veemenza. Tutti a bocca aperta di fronte al passo lunare, il moonwalking che vanta innumerevoli tentativi di imitazione.

Due personaggi che sono diventate icone glamour, una moda e una tendenza. Uniti dalla sregolatezza dei costumi, dell’ansia della propria immagine e dalla megalomania, lapide sulla quale entrambi sono caduti senza sapersi più rialzare. Il disfacimento del corpo li ha colpiti prima del tempo, uno bolso e impacciato anche nelle sue ultime esibizioni dal vivo, la pallida ombra di un re con lo scettro in mano, la sua Gibson enorme, i lustrini e i capelli come vent’anni prima. Fermo davanti a un microfono senza che nulla, che non fosse la sua voce, vibrasse più come all’apice della carriera.

L’altro con il volto decomposto, ai processi e alle conferenze stampa che sono state i suoi ultimi live, l’ultimo palco lo attendeva a Londra quest’estate. Stupire con la propria vita quando non si riesce più a stupire con la propria arte. Estremo tentativo di fuga da un esilio senza scampo.

La fine in circostanze insolite è quello che accomuna la storia di tante leggende, da Jim Morrison a Bob Marley, da Hendryx a Cobain. Morti in circostanze che per tanti diventano mistero. Loro non possono morire perché il lutto è globale e non viene accettato. Il mondo si riempie di sosia, fermi alle parvenze felici dei primi anni della carriera. E loro risorgono.

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Matteo Marini

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