Archivi del mese: giugno 2009

Da Elvis a Jacko, perché i re non possono morire

Si legge già ora e si leggerà in futuro, che Jackson in realtà non è morto, qualcuno l’ha visto a Los Angeles, altri lo collocano in Bolivia. Il tormento rimbalza su twitter e su Facebook. Magari sta allegramente bivaccando con i compagni di destino, Jim, John, e, su tutti, the King.
Il successo, l’apoteosi, la caduta e un trono che rimane senza il suo re. Non c’è mai stato nessuno come loro, dopo di loro i revival, i tributi e un senso di decadenza: quello che succede dopo la morte di un mito. Michael Jackson come Elvis Presley, due personaggi così lontani nella generazione, nel genere e nella biografia, ma in qualche modo così legati (Jackson aveva sposato la figlia di Presley) così simili le loro storie fatte di genio e rivoluzione, eccessi, lusso, stravaganze e rovina. Una rovina che non è mai completa, non per tutti. Per molti sono ancora vivi, in mezzo a noi, dopo una pregevole messinscena dell’ultimo viaggio.
Uno era il re del rock’n roll, quello che, per dirla con le parole di Springsteen, “ha liberato il nostro corpo”, il movimento pelvico così irriverente e sfrontato di fronte all’America degli anni ’50 e ’60. E ci sono volute le movenze del re del pop per stupire di nuovo con la stessa veemenza. Tutti a bocca aperta di fronte al passo lunare, il moonwalking che vanta innumerevoli tentativi di imitazione.
Due personaggi che sono diventate icone glamour, una moda e una tendenza. Uniti dalla sregolatezza dei costumi, dell’ansia della propria immagine e dalla megalomania, lapide sulla quale entrambi sono caduti senza sapersi più rialzare. Il disfacimento del corpo li ha colpiti prima del tempo, uno bolso e impacciato anche nelle sue ultime esibizioni dal vivo, la pallida ombra di un re con lo scettro in mano, la sua Gibson enorme, i lustrini e i capelli come vent’anni prima. Fermo davanti a un microfono senza che nulla, che non fosse la sua voce, vibrasse più come all’apice della carriera.
L’altro con il volto decomposto, ai processi e alle conferenze stampa che sono state i suoi ultimi live, l’ultimo palco lo attendeva a Londra quest’estate. Stupire con la propria vita quando non si riesce più a stupire con la propria arte. Estremo tentativo di fuga da un esilio senza scampo.
La fine in circostanze insolite è quello che accomuna la storia di tante leggende, da Jim Morrison a Bob Marley, da Hendryx a Cobain. Morti in circostanze che per tanti diventano mistero. Loro non possono morire perché il lutto è globale e non viene accettato. Il mondo si riempie di sosia, fermi alle parvenze felici dei primi anni della carriera. E loro risorgono.

Michael Jackson ed Elvis PresleySi legge già ora e si leggerà in futuro, che Jackson in realtà non è morto, qualcuno l’ha visto a Los Angeles, altri lo collocano in Bolivia. Il tormento rimbalza su Twitter e su Facebook. Magari sta allegramente bivaccando con i compagni di destino, Jim, John, e, su tutti, the King.

Il successo, l’apoteosi, la caduta e un trono che rimane senza il suo re. Non c’è mai stato nessuno come loro, dopo di loro i revival, i tributi e un senso di decadenza: quello che succede dopo la morte di un mito. Continua a leggere

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Il Carattere, ora ci sono le firme. Siamo ufficialmente nati

Il nostro Statuto

Il nostro Statuto

Finalmente l’associazione ha un suo Statuto. La sera del 24 giugno, a margine di una abbondante cena estiva, tutti i componenti del consiglio direttivo (cioè i 5 fondatori) hanno apportato le ultime modifiche e messo la firma su un documento importante. Che mette a punto il funzionamento del Carattere, fissa regole (poche in realtà) e mette a fuoco gli obiettivi.

Lo Statuto sarà il punto di riferimento per tutti noi, ma sarà il punto di partenza anche per chiunque, da oggi in poi, deciderà di unirsi al nostro progetto.

Prima della firma dello Statuto, il consiglio direttivo ha anche votato il primo presidente dell’associazione, che sarà Matteo Marini.

Se vuoi iscriverti o sei curioso, clicca qui per scaricare il nostro Statuto, o leggilo direttamente sul nostro sito.

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Roma Pride 2009

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Due mesi di trattative, innumerevoli incontri con la questura, un ricorso al Tar, una raccolta firme, un sit in, un appello al prefetto, una lettera aperta al ministro Maroni. Al Roma Pride di quest’anno ci si è arrivati anche così, perchè non è scontato poter manifestare per i diritti, e ancora meno lo è per la comunità omosessuale e transessuale.

Alla fine ce l’hanno fatta, senza piazza San Giovanni per il secondo anno di fila, ma comunque con un percorso visibile per le vie del centro, da Piazza della Repubblica a Piazza Navona. Con l’ironia che da sempre accompagna l’evento, quest’anno dedicato alla rivolta di Stonewall del 1969, il primo coming out della storia moderna.

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In Perù si muore per l’Amazzonia

Militari contro un nativo dell'Amazzonia

Militari contro un nativo dell'Amazzonia

[Aggiornamento di lunedì 22 giugno] Sul suo sito internet, Survival ha pubblicato il fotoracconto dei due volontari belgi che hanno assistito alle violenze di Bagua. Potete leggerlo in inglese e in spagnolo

[Aggiornamento di domenica 14 giugno] Per approfondire la questione peruviana, segnaliamo un articolo molto interessante pubblicato da El Paìs a firma di Jaime Cordero

In Italia solo pochi media ne hanno parlato, ma in Perù è in corso uno scontro violento tra il Governo e i nativi dell’Amazzonia, in particolare nell’area di Bagua. Secondo le cifre ufficiali, tra polizia e indigeni sono morte 33 persone. Un’altra cifra, però, parla di 52 morti: 22 poliziotti e 30 manifestanti.

La scintilla è scoppiata ai primi di giugno dopo mesi di barricate. I nativi protestano per alcuni decreti legge presentati dall”esecutivo che consentirebbero allo Stato di vendere grandi appezzamenti di terra a società straniere per lo sfruttamento delle ricchissime risorse naturali. Gli indigeni, che vivono in Amazzonia da secoli,  beneficiano di una concessione che gli permette di abitare e di guadagnarsi da vivere nell’area della grande foresta.

Guarda il nostro video: la manifestazione di Roma

Armati soprattutto di lance, i nativi hanno resistito all’offensiva della polizia, decisa a interrompere un blocco che stava strozzando l’economia del paese. Le due fazioni si scaricano le responsabilità del pesantissimo bilancio: il governo denuncia la violenza degli indigeni (e avanza il sospetto che vi siano infiltrazioni di narcotrafficanti), gli indigeni parlano di aggressioni gratuite e sanguinarie. L’11 giugno, il governo ha deciso di sospendere a tempo indeterminato i due decreti legge più controversi. La speranza è che si possa tornare a dialogare.

Qual è la verità? Difficile stabilirlo con certezza. Ma qualche indizio comincia a circolare: pubblichiamo le foto scattate da due volontari della Ong belga Catapa. I due, Marijke Deleu e Thomas Quirynen, si trovavano a Bagua proprio nelle ore dello scontro più violento. Le immagini hanno un valore giornalistico enorme, e testimoniano come alcuni militari si siano, mettiamola così, lasciati prendere un po’ la mano.

In diverse città europee sono state organizzate manifestazioni di protesta contro il governo di Alan Garcìa. Abbiamo seguito il sit-in sotto l’ambasciata peruviana a Roma, organizzato da A Sud, a cui hanno partecipato diversi peruviani e – per solidarietà – anche qualche ecuadoregno. Secondo i peruviani con cui abbiamo parlato, la democrazia peruviana sarebbe un fantoccio. “Sugli scontri in Amazzonia ci informiamo attraverso amici, oppure leggendo reportage di organizzazioni indipendenti – ci ha detto una donna emigrata da vent’anni – i quotidiani peruviani raccontano una sola verità: quella del governo”.

In realtà, il giornalista peruviano che abbiamo incontrato, è stato molto franco: “Quello che sta succedendo in Perù è già successo in altri paesi dell’america latina negli anni precedenti – dice Roberto Montoya, corrispondente di Republica e collaboratore Rai – Nel 2009 però, dopo l’elezione di Obama, a maggior ragione la linea neoliberista di Alan Garcìa è superata dalla storia”. Secondo Montoya c’è una terribile contraddizione nel sistema attuale: “Se si vendono le terre dei contadini alle multinazionali e le si inquinano fino a renderle invivibili, si creano le condizioni perché la gente emigri in massa. Ma anziché accogliere i poveri che l’occidente stesso ha generato, ecco che li respinge”.

Mentre Montoya ci diceva questo, a qualche chilometro di distanza il dittatore libico Gheddafi parlava all’università della Sapienza di Roma.

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Biciclettata contro il lodo Alfano, è un mezzo flop

La posta in gioco è alta: la libertà di informare, il diritto di conoscere le indagini della magistratura. Forse è per questo che, alla biciclettata di protesta dei giornalisti contro il lodo Alfano ci si aspettava un pizzico di partecipazione in più. Invece, davanti alla sede della Federazione Nazionale Stampa Italiana le biciclette non erano più di 20.  Con un po’ di fantasia, forse anche 25. Partiti da corso Vittorio Emanuele, i giornalisti-ultimi-mohicani si sono dati appuntamento sotto Montecitorio, dove proprio in quegli istanti il Governo stava lisciando il terreno alla legge-bavaglio ponendo la questione di fiducia.

Vista dall’esterno, la protesta poteva sembrare il colpo di coda di una casta ormai in declino (l’età media era piuttosto alta) e dal tono di voce sempre più basso. Casta o no, la protesta è necessaria, doverosa. Il primo a rimetterci non sarà tanto il giornalista (che il suo stipendio continuerà a percepirlo) ma proprio il cittadino che, con questa legge, non avrebbe saputo nulla di Vallettopoli, Calciopoli o dello scandalo Telecom. E la lista potrebbe essere molto più lunga.

Pubblichiamo un video di nostra produzione in cui parla Beppe Giulietti di Articolo 21. Uno degli interventi più appassionati della giornata. Buona visione.

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In bocca al lupo a noi

Ne abbiamo bisogno. Dopo settimane di gestazione e lunghe riunioni (ma sarebbe più corretto chiamarle brain storming), il Carattere è pronto per avventurarsi nel più vasto e multicolore degli oceani: internet. E’ un esordio un po’ strano: questo sito internet, infatti, è provvisorio. Quello definitivo è ancora in fase di lavorazione. Perché tanta fretta? Perché non sapevamo dove pubblicare i servizi che già adesso stiamo producendo.

Non sarà solo un sito-vetrina dove pubblicare le nostre inchieste. Sarà (è già) uno spazio vivo, una finestra sul mondo. Su storie, eventi e vicende di cui si parla poco. Troppo poco, secondo noi.

Se volete sapere di più sull’associazione “il Carattere” leggete questa pagina. Se volete sapere chi siamo, invece, cliccate qui.

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